CLAUDIO FRANCHI

Tra la mia espressione e quella di Marco :-) Via Valerio Paitone; noi abitavamo al 32 negli anni ottanta. Siamo stati lì dal 1982 al 1987, circa. Chiudevamo la vecchia porta di casa, come si usa fare con biciclette e motorini, bloccandola con una catena e un lucchetto. C'era un buco nella porta; all'esterno un ferro sagomato che sbucava dal muro. Alle finestre c'erano sbarre spesse. Quella del bagno era però libera. Un solo vetro e un serramento fine; dimenticate o perdute le chiavi si poteva entrare attraversando quella finestra. E a volte infatti accadeva. Il bagno era l'unica cosa fatta bene e di un certo stile, sicuramente restaurato anni dopo la costruzione dello stabile.

Mia madre, Giuliana Ruffini, i primi anni al Carmine li ha trascorsi in via Borgondio, anche se nella sua vita di allora c'è stato un lungo periodo in cui è rimasta in collegio. La sua casa era di quelle ridotte male in quanto a stato dell'edificio. C'era pure una sorta di bordello ai piani di sotto, ma non so dire se sia una leggenda. Scendendo le scale, c'era un bagno al primo piano, da utilizzare in comune con gli altri inquilini. L'inverno era praticamente una tortura. A letto si utilizzavano coperte su coperte... spesso ricevute in regalo. E per l'acqua calda ci si arrangiava con la stufa e il fuoco...

Questo sono io nei primi anni di vita. Delle poche immagini di me da piccolino, questa credo sia la più vecchia in assoluto, se si esclude quella del viso sul certificato di nascita. Credo ne esistano due versioni perché ho fatto caso anni fa a quattro particolari che la rendono di poco differente da un'altra. Credevo in principio fossero differenze dovute a errori nel realizzarne delle copie, invece mi pare si tratti proprio di due distinte fotografie. Capitava che se ne scattassero alcune doppie, temendo la prima potesse uscire non a fuoco o con altri difetti. Oppure a volte si scattava l'ultima foto doppia, per terminare il rullino. Sullo sfondo una moka. Il caffè ho iniziato a berlo in casa che andavo alle elementari e non ho più smesso. Gli ultimi anni a Chiesanuova, spesso lo preparavo io. Avevamo la caffettiera da tre persone e da sei. Questa è la stanza che noi chiamavamo cucinino, che da metà anni settanta si è trasformata nella tipografia casalinga di mio padre.

I miei nonni paterni, mai conosciuti. Anche loro hanno vissuto al Carmine. Michele Franchi e Iole Ghidini. Anche per loro, sebbene io sappia poco o nulla, una vita sul filo della povertà. Di mia nonna a dire il vero mi sono state dette anche cose non proprio edificanti in quanto a carattere e abitudini casalinghe, ma come sempre attenersi esclusivamente a informazioni riportate è scelta incauta. Credo siano stati uniti in questa immagine grazie a un fotomontaggio. Era una delle poche fotografie della nostra famiglia esposte in casa, tra l'altro nella stanza di nostro maggior utilizzo diurno, quindi la vedevo tutti i giorni.

I miei nonni materni. Domenico Pasinetti e Lilia Ruffini. Mia nonna, oltre che in via Borgondio, ha abitato anche in vicolo Millefiori insieme a un altro noto personaggio del Carmine abbastanza pittoresco, Gianni Comincioli. Negli anni ottanta, quando Lilia era morta da anni, Domenico abitava in via Borgondio insieme alla signora Lucia. Di nome forse faceva Crescini. Era il periodo in cui mio padre e mia madre si contendevano me e Marco e Lucia insieme a mio padre mi ha teso un tranello. Ha invitato me e mia madre alla Piola a mangiare la trippa, ma come ci siamo seduti è arrivato mio padre che evidentemente era a pochi passi dalla piola ad attenderci. Non so come mai mio padre non fosse venuto direttamente a casa nostra e avesse organizzato il tutto in quel modo. Mio padre mi ha imposto di seguirlo. Mi avrebbe riportato da lui a Chiesanuova. Appena usciti dalla Piola sono scappato subito. Da quel momento non ho più voluto avere contatti con lui, che ho incontrato solamente tanti anni dopo. Idem con Lucia, che non ho più preso in considerazione, se non per odio.

Mia nonna Lilia Ruffini è la tipa a sinistra. Si trovava in Corso Garibaldi con degli amici. Fotografia anni quaranta o cinquanta credo. L'originale è in pessime condizioni ed è stata restaurata tanti anni dopo da un fotografo, che ha aggiunto anche sezioni di colore. Accanto a lei dovrebbe essere la signorina Antonietta Mor, mamma di Carla “Carlina”. Accanto ad Antonietta un amico, non bresciano, in Brescia per il servizio militare. L’uomo a destra è il signor Rino Grazioli, in quegli anni compagno di mia nonna e abitante in Rua Confettora.


Io, giovanissimo, a lavorare al banco in una nota pizzeria bresciana, che fino a pochi anni fa (2021) era ancora aperta e gestita dal medesimo titolare. Incredibilmente avevano ancora lo stesso menu e lui la stessa automobile, che so possiede tutt'oggi. Tra le poche fotografie di me negli anni ottanta, ce ne sono due in quella pizzeria, scattate da una signora di colore che aveva nome Lucia. L'altra fotografia però, in cui appaio con la divisa da cameriere, è andata perduta quando ho abbandonato il quartiere Carmine. Erano i tempi della prima media mi pare, anche se nella foto sembro un bambino più giovane. Questa fotografia è importante anche per ricordare come nella nostra società degli anni ottanta, fosse ben più comune che i minorenni lavorassero, rispetto a oggi. Non avevo l'età per stare lì, che al tempo si aggirava attorno ai quattordici anni, ossia dopo il termine delle scuole medie obbligatorie, anche perché tornavo a casa poco dopo la mezzanotte. Un bambino di quella età dietro un banco e di ritorno a casa da solo a mezzanotte, oggi è cosa impensabile. Era proprio un altro mondo. Credo che in una situazione simile in Brescia in questi anni, farebbero chiudere il locale. Eppure io devo molto a certi passaggi della mia vita, senza i quali penso sarei molto diverso e inoltre non avrei mai preso atto di certe cose importanti.


Vedere al giorno d'oggi ragazzi con jeans strappati o macchiati di proposito per aderire a mode varie, mi fa quasi sorridere. Non che sia motivo di vanto ovviamente, ma io lo ho fatto dal 1988. Anche se pensando a me in quegli anni non escludo affatto potessero essere jeans effettivamente rotti e non di proposito. Mi è accaduto di incontrare delle persone in quel passato in oratorio a San Faustino. Non mi riferisco in questo caso alle persone che ho visto e frequentato lì per anni, ma a quelle incontrate in rare occasioni e poi più viste, che in seguito però, decenni dopo, realizzando Sanfablog, si sono rivelate, nella mia memoria verso loro, importanti o significative. Da giovane l'interagire casuale o limitato a brevi periodi non mi ha mai dato sensazione di situazione prevalente, ma crescendo e sviluppando una maggiore consapevolezza dell'integrazione delle mie esperienze e dei miei ricordi, mi ha fatto riconoscere in alcuni casi un'importanza inattesa di quel tal momento o di quella tal persona. Forse hanno avuto impatto inatteso su me, magari attraverso un gesto o una conversazione particolare, che ho sottovalutato all'epoca. Tante persone ho visto per brevi periodi, ma di alcune ho ricordi nostalgici. Mi accade di ripensare a due ragazze in particolare che credo siano state in oratorio in rari casi. Una si chiamava Francesca e stava studiando per diventare estetista, ambito oggi di estrema diffusione, ma che per i ragazzi di allora non era scelta così scontata. L'ho accompagnata, a piedi, più volte dall'oratorio fino in zona via Volturno e fisicamente la ricordo perfettamente. Mi aveva rivelato che i gemelli Pioselli e un ragazzo della bancarella delle scarpe di piazza Rovetta, presumibilmente Oliva, non erano affatto male. Un'altra ragazza è Roberta, che non vorrei sbagliare, la ricordo in parentela con Daniele e Roberto Attanasii. Avevo trascorso un'intera serata in contrada Santa Chiara, alla sua finestra al piano terra. Non poteva uscire la sera e io ero andato a trovarla. Tipo Giulietta e Romeo. Se non erro era la casa di sua nonna.


Io e Marco che fingiamo di farci le canne. Io in tutti i sensi in quanto usavo proprio una canna in plastica, asta di una bandiera credo. Una delle scene simbolo del mio periodo in via Paitone riguarda un episodio accaduto mentre io e Marco eravamo a tavola, a cena. Io ero a piedi nudi. Ci siamo accorti che un topo si stava muovendo velocemente attorno alle gambe delle sedie. Una notte di caccia, con casa messa all'aria. Notte che anche mia madre ancora ricorda. Mio padre, Franco Franchi, ha frequentato il Carmine per decenni.


Fotografia e testo sono visibili anche nel post del Sanfa Jukebox dedicato alle canzoni. Siamo nel 1989 o nel 1990, in discoteca, al Paradiso, ed è stata scattata all'interno di servizio di uno dei bar. La tipa dietro me non è alta due metri, ma è salita per l'occasione sopra uno dei cartoni delle birre. Si tratta di Rosa, diventata in quel periodo la mia compagna e rimasta tale fino a metà ottobre del 2013. Quello nella fotografia è stato un periodo di grandi cambiamenti per me. Ho smesso di lì a poco di frequentare San Faustino e ho cambiato completamente vita si può dire, interessi compresi. L'anno successivo sono andato anche a convivere, quindi stravolgimenti totali in ogni senso. E avventure nuove. Anche se il periodo dei miei primi vent'anni non lo cambierei con nulla, se non in dettagli di famiglia o personali.

Ho memoria di un picnic di questo giorno. Eravamo secondo me in un campo qualsiasi, non esattamente ricordo dove. Faceva abbastanza caldo ma i miei genitori quando si andava "a spasso" avevano la tendenza a farmi vestire in modo eccessivamente pesante. La mia non era famiglia da prendiamo e andiamo e probabilmente avevano i miei una meta che oggi ignoro. Forse dovevamo andare da qualcuno. Però avevamo il classico tavolo a valigetta contenente sedie apribili e piatti di plastica. Quel giorno ho mangiato in un piatto di plastica rigida color rosso. Erano di plastica ma lavabili. Dovrebbe essere, se non sbaglio, anche lo stesso giorno in cui abbiamo scattato altre fotografie, vicini all'automobile di mio padre, un 128 giallo, poi tinto verde, di cui ricordo ancora la targa. Fotografie che purtroppo non ho più.

La finestra più vicina nell'immagine, al piano terra, era quella del nostro cucinino, la stanza diventata in seguito la tipografia di mio papà. Da lì, lui e un'altra persona e forse una terza, avevano fatto passare le due cose principali più pesanti e ingombranti, la macchina da stampa e la taglierina, utilizzando anche due assi tipo quelle dei muratori, sia come rampa per farle salire sul davanzale che come scivolo per farle scendere all'interno, adagiandole sul pavimento della stanza. C'era anche un mobile con un numero notevole di cassettini. Modifiche casalinghe che in quegli anni, io ero giovanissimo, mi erano apparse del tutto normali. Ma ripensandoci oggi non è che lo fossero così comuni credo.



Una sezione della scuola di Chiesanuova, mio quartiere di nascita, in cui ho frequentato la quarta elementare. Erano tre distinti edifici nella stessa area. Uno molto vecchio in cui ho frequentato la prima e la seconda e uno più moderno in cui ho frequentato parte della quinta, che ho poi terminato in città. Essere parte della stessa classe per diversi anni consecutivi, nel mio caso la stessa dalla prima alla quinta, permetteva di creare legami duraturi con i compagni e qualche volta con maestre e maestri, che sembravano un po' come una famiglia personale extra. Anche i bidelli erano figura con la quale si poteva legare. Tra i vari ambiti scatenanti nostalgia, oltre suoni, musica, odori, luoghi in cui si è vissuto, arredamenti, vie e situazioni, c'è sicuramente anche quello degli anni della scuola e degli alunni frequentati a lungo, perduti poi di vista. Tema sul quale spesso si soffermano anche la letteratura e il cinema.









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